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Daniele Manin e la Repubblica di San Marco


Ieri, 22 marzo, ricorreva l'anniversario della nascita della Repubblica di San Marco, avvenuta nel 1848 in seguito alla rivolta della popolazione contro il governo austriaco.

Dopo il Congresso di Vienna (1815), il Veneto era stato annesso all'Impero austriaco e, insieme alla Lombardia, era andato a costituire il Regno Lombardo-Veneto, sottoposto al governo di un Viceré. La nuova situazione, tuttavia, non era stata accettata di buon grado né da Milano, né da Venezia: il governo austriaco, che agiva soprattutto tramite una spietata censura e una polizia molto vigile, aveva più volte soffocato le aspirazioni alla libertà e all'indipendenza degli italiani (basti pensare ai celebri moti del 1821 e ai processi che ne seguirono).

Alle soglie del 1848 la situazione si era fatta molto tesa, sfociando in aperte dimostrazioni contro l'Austria: ce ne danno un esempio lo sciopero del tabacco a Milano a gennaio e gli scontri a Padova dell'8 febbraio.




A Venezia le aspirazioni all'indipendenza dal dominio straniero trovarono un punto di riferimento nella figura di Daniele Manin.



Figlio di un avvocato di origini ebraiche, era nato a Venezia nel 1804. Dotato di una spiccata e precoce intelligenza, si dedicò a studi classici e, a soli diciassette anni, ottenne la Laurea in Diritto all'università di Padova. Dopo essersi dedicato con successo alla carriera forense, si rese protagonista di alcune iniziative in opposizione al governo austriaco.

Il 21 dicembre 1847 presentò un'istanza legale alla Congregazione centrale veneta (costituita con lo scopo di far conoscere al governo le esigenze del paese) protestando contro le mancanze del governo austriaco e proponendo riforme liberali. La "lotta legale" di Manin ebbe una grande risonanza e, proprio per questo, venne duramente osteggiata dalle autorità austriache: il 18 gennaio 1848 Manin, accusato di essere un "perturbatore dell'ordine pubblico" venne arrestato e condotto nelle prigioni veneziane, insieme al letterato Niccolò Tommaseo.


Ma era solo questione di giorni prima che il popolo insorgesse.

La notizia della rivoluzione avvenuta a Vienna il 13 marzo 1848 ridestò la popolazione di Venezia, che si recò in massa al palazzo del governatore del Veneto, chiedendo e ottenendo la liberazione dei due prigionieri.

Le cronache ricordano che la folla, impaziente, accorse alle carceri e tentò di forzarne i cancelli.


"Fui arrestato e detenuto illegalmente, pretendo e voglio essere legalmente liberato" disse Manin al carceriere che gli annunciava la sua liberazione, e si convinse a seguirlo fuori dalla cella solo quando ebbe visto l'ordine del Tribunale austriaco.

La folla portò in trionfo Mann e Tommaseo fino a Piazza San Marco.


«Cittadini! Ignoro per effetto di quali venti io sia stato tratto dal silenzio del mio carcere e portato in piazza San Marco. Ma vedo nei vostri volti, nella vivacità dei vostri atteggiamenti, che i sensi d'amor patrio e di spirito nazionale hanno fatto qui, durante la mia prigionia, grandi progressi, ne godo altamente e in nome della patria ve ne ringrazio. Ma deh! non vogliate dimenticare che non vi può essere libertà vera e durevole, dove non c'è ordine, e che dell'ordine voi dovete farvi gelosi custodi, se volete mostrarvi degni di libertà. Ci sono momenti e casi solenni nei quali l'insurrezione non è solo un diritto, ma è anche un dovere» così parlò Manin alla folla.


Era il 17 marzo 1848: Venezia aveva iniziato la sua rivolta contro l'Austria.

Le coccarde e le bandiere tricolori — fino a quel momento proibite in quanto considerate sediziose— sventolavano nelle calli e la gente canticchiava: "Viva l’Italia, viva la libertà / viva Manin e Dio che ne l’à mandà.”



Dinanzi a tutto ciò, la polizia non poteva restare a guardare: l'indomani un gruppo di soldati croati sparò su una folla di dimostranti che si era riunita in piazza San Marco, causando la morte di otto persone e nove feriti.

In quei giorni concitati, Manin apparve il principale punto di riferimento per i patrioti e, grazie al suo prestigio, riuscì anche a ottenere l'istituzione di una Guardia Civica.


Si arrivò così alla fatale giornata del 22 marzo 1848.

Quella mattina gli operai dell'Arsenale si ammutinarono contro l'odiato comandante Marinovich e lo uccisero a sprangate. Raggiunto dalla notizia, Manin si recò all'Arsenale insieme ad alcuni cittadini per tentare di riportare l'ordine in quella situazione confusa.


Così racconta la figlia di Manin:

«Allora il babbo, colto da subita risoluzione, mandò a chiedere che senza ritardo la Guardia civica venisse riunita, ed ebbe in risposta, che si aveva ordine di non rilasciargli neppure un soldato. "È più facile immaginare che descrivere l'agitazione in cui fuposto il babbo da tale parola" (….) Alla fine più non potendo reggere l'inquietudine, si pose in cammino, risoluto d'impadronirsi dell'Arsenale.»


Manin riuscì a riportare la calma e a prendere il controllo dell'Arsenale. Sotto le pressioni della Municipalità, il governatore militare Zichy firmò la capitolazione e s preparò ad abbandonare Venezia insieme alle autorità austriache.


Così il 22 marzo 1848 veniva proclamata la Repubblica di San Marco, di cui Manin venne designato presidente. Nello stesso giorno anche Milano riusciva a liberarsi dal dominio straniero, al termine delle Cinque Giornate, portando allo scoppio della prima guerra d'indipendenza italiana.


«Noi siamo liberi e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, poiché lo siamo senza aver versato goccia né del nostro sangue, né di quello dei nostri fratelli; io dico i nostri fratelli, perché tutti gli uomini per me lo sono. Ma non basta aver abbattuto l'antico governo; bisogna altresì sostituirne uno nuovo, e il più adatto ci sembra quello della repubblica che rammenti le glorie passate, migliorato dalle libertà presenti. Con ciò non intendiamo separarci dai nostri fratelli italiani, anzi, al contrario, noi formeremo uno dei centri che serviranno alla fusione graduale, successiva, della nostra cara Italia in un solo tutto. Viva la Repubblica! Viva la libertà! Viva San Marco!»

- Daniele Manin




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